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Abito e Monaco

L’abito fa il monaco…ma dicono anche di non badare alle apparenze.

Si dice che la prima impressione è quella che conta. Anzi l’hanno insegnato da quando eravamo piccini. Ci dicevano che l’abito non fa il monaco ma forse non dicevano sul serio. Diventati grandi, ho compreso invece che l’abito conta eccome, per qualsiasi occasione ci serve un abito pulito, bello, come piace a noi e agli altri. Un conflitto continuo tra l’essere e l’apparire. Essere come sei o essere come gli altri pensano tu sia, o come ti vorrebbero, o com’è conveniente? Mi sono ritrovato perso all’incrocio di questi pensieri. So per certo, ad esempio, che in alcuni incontri sono stato antipatico. Poco formale, troppo diretto, senza giacca e senza cravatta. Ho sempre cercato, con le ovvie conseguenze, di essere autentico. Fedele a me stesso. Con la targhetta stampata in fronte: “Quello che vedi sono !”. So per certo che non è piaciuto sempre. Con lo scorrere degli anni, e relative esperienze, ho capito che in varie circostanze se mi fossi presentato differentemente, se fossi stato diverso, avrei ottenuto qualcosa in più. La domanda banale che mi sorge è: “sarebbe stato giusto?” Probabilmente si, probabilmente no. 

Diversi momenti, diverse persone?
A volte ho pensato cosa passasse per la testa di mi ha rivisto chi rivede dopo tempo:” questo non è il Gianpiero che conosco io”. Mi è capitato di essere noiosamente formale; meno impetuoso del mio solito. In apparenza uno che offre una sua immagine diversa dal solito. Nasce un’altra riflessione: dobbiamo essere sempre uguali?

Dobbiamo per forza indossare un solo vestito?
Sin qui però ho parlato solo di “noi”. Noi che siamo in un modo, vorremmo agire in un modo e, forse, ci sentiamo stretti nell’apparire.

Che cosa succede agli altri? 
Per un periodo molto lungo della mia vita, ho pensato che essere autentico sia un vantaggio benefico per ogni mio interlocutore. Eppure non sempre è così. Come Life Coach ho iniziato a ragionare sul paradigma :” ognuno è come è e fa come è fatto” può far sorgere qualche difficoltà. Nei miei incontri di Coaching, ad esempio, riesco a percepire l’approccio che il mio interlocutore ritiene ottimale. Molte volte non è quello più naturale per me ma è il migliore per lui. Il braccio di ferro tra autenticità e “apparenza” assume un significato diverso. Non è più un compromesso a discapito mio o dell’altro. Si rivela come un sano movimento d’accoglienza, un passo d’incontro. Ho iniziato a pensare che ogni tanto bisogna sacrificare l’essere autentico all’essere appropriato, un mio piccolo sforzo a denti stretti. Se sono appropriato alla situazione, pur cambiando di volta in volta, posso essere autentico. Perché “at the end of the day“ (tipica espressione americana), non sono solo io o solo noi, ci sono anche gli altri. È vero che non sempre il fine giustifica il mezzo ma se l’obbiettivo è connettersi con le persone…forse sì, forse è giusto seguire questa direzione. Continuo a non essere d’accordo con tutti. Però sempre più integro e capisco che da tutti posso imparare. Da solo non ce la posso fare. La mia identità si rafforza. Diviene complementare con l’altro. Non si tratta più di Essere al singolare. Si tratta di Siamo al plurale. Oltre ogni abito che indossiamo o di look che sfoggiamo.  

“Chi non ride mai non è persona seria.”   Fryderyk Chopin